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Come d'aria - Ada d'Adamo


Libri che si mostrano colmi di luce dai primi istanti in cui cominci a leggerli. Una luce non accecante e non adagiata sulla retorica ad ogni costo, perchè scritti con verità vivida e non scontornati da inchiostro abbagliante. Ecco, libri del genere come quello che ci ha donato Ada d'Adamo pubblicato da Elliot non avrebbero mai necessitato di ulteriori fronzoli perché è già tutto qui, in queste pagine che accarezzano il dolore e la consapevolezza di due vite legate e slegate nella malattia di Ada e Daria, madre e figlia. Ad unirle un intreccio fatto di amore e disperazione che travalica pregiudizi pesanti e contundenti. Perché Daria non è nata sana, ha una spada di Damocle sulla testa che si chiama 'oloprosencefalia', una malformazione cerebrale. Questo è un memoriale che Ada d'Adamo rivolge a sua figlia. 

C'è una lettera che l'autrice e danzatrice ha indirizzato a Corrado Augias sul quotidiano 'La Repubblica'. La lettera, pubblicata nel 2008, riportava questo: 

Gentile Augias, un 'bravissimo' medico non è stato in grado di leggere da una ecografia che mia figlia sarebbe nata con una grave malformazione cerebrale. Oggi la mia bimba, poco più di due anni, è persona pluridisabile, invalida al cento per cento. Frequentando i reparti di neuropsichiatria infantile e i centri di riabilitazione incontro quotidianamente decine di bambini nati prematuri. Sono perlopiù ciechi o ipovedenti, come la maggior parte dei nati pretermine. Ma quasi sempre il deficit visivo si accompagna ad altri danni, cerebrali o motori, irreversibili. In questi anni ho conosciuto famiglie sbriciolate, unioni distrutte, donne sprofondate nella depressione. Non tutti hanno la forza fisica, gli strumenti psicologici, i mezzi economici, la cultura che ci vuole per combattere contro la burocrazia implacabile, contro la crudeltà di certi medici e l'inciviltà imperante, la solitudine e la stanchezza e, infine, contro se stessi e la propria inadeguatezza. È per queste persone, soprattutto, che le scrivo. La chiesa, la politica, la medicina la smettano di guardare alle donne come a puttane che non vedono l'ora di uccidere i propri figli. L'aborto è una scelta dolorosa per chi la compie, ma è una scelta e va garantita. Anche se mi ha stravolto la vita, io adoro la mia meravigliosa figlia imperfetta. Ma se avessi potuto scegliere, quel giorno, avrei scelto l'aborto terapeutico. Ai medici che vogliono rianimare i feti anche senza il consenso delle madri dico di uscire dai reparti di terapia intensiva, andare a vedere con i loro occhi cosa sono diventati quei bambini, a quale presente hanno condannato quelle madri. 

Parole impregnate da una verità furibonda, quelle di una madre che non soltanto deve fronteggiare quel tipo di dolore, ma deve percepire giudizi esasperanti da parte di una società che sentenzia. Ada non vuole definirsi una madre coraggio, né una madre vittima. 'Non si trattò di un atto di coraggio, non volevo dimostrare nulla a nessuno. Semplicemente mi era divenuta insostenibile la parola "vita" pronunciata a sproposito da chiunque: un vessillo, una bandiera da sventolare, in realtà un sudario che avvolgeva il corpo delle donne come una condanna. ' Questa lettera non è stato un atto di coraggio. Una madre verità, questa è piuttosto Ada che si apre al dialogo con una figlia mentre i loro corpi vacillano nella malattia. Ada infatti verso i cinquant'anni è segnata dal cancro. Parole che danzano e vorticano già in un incipit luminoso: 

Sei Daria. Sei D'aria. L'apostrofo ti trasforma in sostanza lieve e impalpabile. Nel tuo nome un destino che non ti fa creatura terrena, perché mai hai conosciuto la forza di gravità che ti chiama alla terra. Gravità, che ogni nato conosce non appena viene al mondo. Gravità che il danzatore trasforma in arte quando dalla terra spicca il volo e quando alla terra torna, per cadere e di nuovo rialzarsi. Tu non sai lo splendore quotidiano dello stare in piedi, la "piccola danza" che muove ognuno nell'apparente immobilità del corpo verticale. Né immagini il mistero del peso che si trasferisce da una gamba all'altra e origina il passo. 


Queste pagine sono dure ma avvolgenti, non si abbarbicano al buonismo da manuale. Abbracciano il lettore mentre una madre racconta e si racconta allo stesso e alla propria figlia in una presa di consapevolezza che fa arieggiare il dolore. Proprio la consapevolezza è la chiave di tutto per non cadere nella trappola della retorica, fin troppo qualunquista in frangenti del genere che ci parlano di disabilità, femminismo, madri che devono pensare secondo la forma mentis dei più. 

Un giorno, un altro giorno, un giorno in più. A vivere un giorno in più ce la fanno tutti. Ecco perché quando mi sono ammalata, non mi sono stupita più di tanto. Quella ferita, quella lesione sulla schiena, quel nodulo al seno erano lì da tanto tempo. Questo tumore sono sono io, è la mia identità. In esso mi riconosco e, finalmente, vivo. 

Corpi rachitici, corpi pesanti, corpi che sbavano. Cadono e poi tornano a piroettare consapevoli in quell' amore d'aria. Avere contezza del dolore, vivere facendo la spola tra leggerezza e pesantezza. 

Ringrazio la casa editrice Elliot per la copia del romanzo.

L'AUTRICE

Nata a Ortona, vive e lavora a Roma, dove si è diplomata all'Accademia Nazionale di Danza e laureata in Discipline dello Spettacolo. Ha trascorso molto tempo a osservare il corpo e le sue declinazioni sulla scena contemporanea, e ne ha scritto in diversi saggi sulla danza e il teatro.


 







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