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Abbandono - Elisabeth Åsbrink



Quello che Elisabeth Åsbrink ha scritto rientra fra i romanzi familiari che per me rasentano la perfezione. Ciò perchè la scrittrice e giornalista svedese ci ha regalato un libro in cui le vicende familiari dei protagonisti sono incastonate alle vicende della Storia in un equilibrio mai precario, un intreccio esemplare frutto di due anni di ricerche appassionate e collaborazioni con studiosi e ricercatori. La scrittrice è diventata nota per la grande capacità di fondere penna narrativa e penna documentaristica con minuzia, e in 'Abbandono', tradotto dallo svedese per Iperborea da Alessandra Scali, questa capacità è emersa con fermezza. Substrato fondamentale del romanzo, la stessa storia della scrittrice, nata a Stoccolma da padre ebreo superstite della Shoah e madre inglese. Le sue vicende famigliari sono state toccate da ciò che leggiamo in Abbandono. 

Per capire la mia solitudine avevo bisogno di capire quella quella di mia madre. E per capire lei dovevo prima capire mia nonna Rita. La ricerca mi ha condotta fino a mio nonno. Chi era quell'uomo che non avevo mai conosciuto? 

E' Katherine che scrive. Katherine chiamata K., che inizia una ricerca per ritrovare, nei rimasugli di abbandoni vicini e lontani, le matrici incomplete della propria famiglia; di nonna Rita, di sua madre Sally, di nonno Vidal, ebreo sefardita espatriato da Salonicco. Katherine rappresenta l'alter ego della scrittrice. Una madre brillante, Sally, che celava spesso la solitudine dietro una superficie 'sottile come una passata di smalto color corallo', ma labile e pronta ad esplodere sotto gli impeti di rabbia ed angoscia. Katherine non ha compreso i germi di questa rabbia, e vuole scoprirlo. Così comincia una grande narrazione, fatta di scorci e descrizioni sulla vita di queste donne sullo sfondo di eventi tragici della Storia. Una narrazione disvelata su diversi piani temporali, diverse città, prima e terza persona. Londra, Stoccolma, città dell'Impero Ottomano, Budapest; e i frammenti di generazioni scolpite da solitudini che si abbracciano, abbarbicati in questi luoghi e tempi. Comincia nel primo giorno di dicembre 1949 con la storia di Rita, figlia di genitori tedeschi trasferiti a Londra, questa saga familiare. Cominciano gli abbandoni da parte della notte, dalla quale però vuole essere posseduta; e qui già le prime fenditure su una prosa altamente sentimentale, poetica, colma di dettagli emerge. Rita incespica su riflessioni che facciamo nostre mentre accende fuochi ed estirpa bulbi di cipollaccio. Le erbacce sradicate e la voragine sulla propria vita e un matrimonio altalenante sempre più roboante. Anche il suo nome, ha risentito di una confusione poco dedita alla fermezza identitaria; un nome e una nascita ritoccati più volte nei censimenti britannici. 

Quando lascia la sua vecchia vita per cercare un posto dove farsene una nuova, l'emigrante diventa un immigrato - una parola quasi identica, eppure completamente diversa. Basta cambiare qualche lettera e tutta l'esistenza prende un'altra direzione; da partire ad arrivare, da tagliare i ponti a mettere radici, dal familiare allo sconosciuto, dall'abbandonare al senso di abbandono. 

L'abbandono è quello di un paese che ti tiene ancorato a sogni effimeri e ti tira su sogni situati in altre parti del mondo e ti fonde con altre terre ancora più disincantate, come i genitori di Rita, Emilia e Georg, accolti dai bassifondi dell'East End dopo aver provato l'attracco alla terra dove 'burro e lavoro' si trovavano in tale abbondanza che per i tedeschi c'era sempre posto', l'America. L'abbandono è quello che rende stanze spoglie ancora più vuote e desolate, quello che s'insinua nelle crepe già asfittiche di rapporti genitori/figli-e. L'abbandono crea una ragnatela fatta di fili difficili da sciogliere, col tempo cementificati ed è quello che ti porta a stilare una lista di parole che non devono essere dette, così come pianifica Katherine per non esacerbare la presenza di una madre-nuvola invasa da una rabbia del passato quasi mai spenta del tutto. E cosi Katherine arriva a ricalcare le origini di Vidal Coenca, il nonno ebreo sefardita che non potendosi convertire non avrebbe potuto sposare sua nonna. 

Il nonno di Katherine non era nè turco, nè greco, , nè tantomeno inglese, non trovava la sua collocazione da nessuna parte. E nemmeno poteva provare la sua identità. In mano aveva soltanto un certificato di nascita del vecchio Impero ottomano, ma il vecchio governo si rifiutava di riconoscerlo come cittadino turco, e i greci non lo consideravano greco.

Nel raccontare queste storia l'autrice con grande minuzia ci ha reso partecipi di quelle che sono state le sue ricerche. Veniamo a conoscenza degli eventi che hanno plasmato il popolo sefardita dal Medioevo al 1900. Ebrei spagnoli nell'Impero ottomano appartenevano ad un luogo che li faceva sentire a casa nonostante tutto. Salonicco rappresentava un'anomalia nell'Impero ottomano dell'Islam essendo una città di ebrei e nel 1917 è stato colpito da un grande incendio che ha bruciato anche la ricostruzione identitaria di quel popolo e ha visto incedere una deportazione massiva di ebrei durante la Seconda Guerra mondiale. Accanto a queste vicende la Åsbrink dipinge con maestria tasselli di storia che riguardano altre vicissitudini, dai censimenti britannici di inizio 900 alla Londra di Whitechapel; dagli squilibri demografici del 1921 alle accuse di sabotaggio nei confronti degli immigrati tedeschi. Tutto ciò in costante e perfetto equilibrio con tranci di prosa elevata, raffinata, che sanno di poesia. Un romanzo familiare degno di questo nome da leggere e diffondere. 

Ringrazio la casa editrice Iperborea per la copia e la fiducia.


        

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