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Essere lupo - Kerstin Ekman


Trascorrere una vita braccati da una convinzione o un modo di essere e di agire. La corsa che si ripete su quel giro, poi arriva un giorno e le tue convinzioni svaniscono, spezzate come un ramoscello gracile. Tanti anni trascorsi a cacciare, poi ti ritrovi davanti un lupo, il tuo castello di carte crolla inesorabilmente. Atterrito, sei atterrito dalla maestosità, i tuoi settant'anni ammutoliti da una frase che risuona: 'Ho visto un lupo'. L'ha visto Ulf, ex ispettore forestale e cacciatore. L'ha visto e si è ammutolito, nei boschi della sua Svezia in cui puntualmente ha premuto i grilletti nelle battute di caccia. Un incontro che cambia tutto. 

E in quell'istante sbucò fuori. Lo fece con una naturalezza facile da capire; quel mondo in fondo era il suo. Uscì dal bosco un po' più in là rispetto alle tracce degli sci e si fermò sul bordo dell'aquitrino, fra un cespuglio di ginepro e un pino rachitico. 

Un incontro profondamente sovraccarico di intimità composte, che in quel silenzio rivelano la messa in discussione di una vita intera. Kerstin Ekman è una delle scrittrici nordiche più importanti, e nel suo ultimo romanzo, tradotto per Iperborea da Carmen Giorgetti Cima, ci racconta un legame, quello tra uomo e natura, che prende vita e forma dallo smarrimento di un uomo. Una cover tra l'altro, che riprende al meglio questa tematica, grazie agli acquerelli di Nicola Magrin. 

Ulf Norrstig, Capocaccia a Loåsen dal 2002, osserva un lupo nel primo giorno di un nuovo anno, il giorno antecedente al compimento dei settant'anni. Una frase che risuona spesso nel nostro immaginario, 'Nuovo anno, nuova vita', vero? Non è il nuovo anno, non è gennaio, ma la maestosità di questa creatura mai vista con occhi diversi prima. Ulf che trascorre giornate nella sua roulotte che ha la parvenza di una Prinsesstårta e con la sua cagnolina Zenta, mentre dialoghi che vogliono dire tutto e dicono poco si instaurano con sua moglie Inga. Perché Ulf da quel momento non riesce a dirlo a nessuno, che ha visto un lupo. Una sensazione atavica spreme l'immaginario dell'uomo cacciatore che da quel momento tesse un legame silenzioso ma solido con Zampalunga, lo chiama così. 

Ascolta un po', Zampalunga. Così pensavo, come se fra noi due ci fosse un legame che però, ovviamente, non c'era. Era una cosa unilaterale. Un po' come con Dio. I pensieri s'intrecciavano. Conoscerli da vicino. Vedere, solo vedere. Finché qualcosa si muove. Anche se questi pensieri li avevo già prima di vedere lui. 

Una Svezia selvatica, i boschi, gli acquitrini, tracce nella neve, selvaggina abbattuta, muschio, trote salmonate a cena, effluvi che sanno di caffè e fiori,il gelo nelle ossa, le carabine sulle panche. Kerstin Ekman ci è nata in un villaggio svedese, e la sua penna lo dimostra. Questo è un romanzo intriso di 'calma bellezza', che procede a ritmo placido, come se in quei boschi stessimo facendo una passeggiata osservando attentamente ogni cosa. La bellezza incontaminata si ripete. Ulf riprende i suoi vecchi diari di caccia per trovarvi una parvenza di quel malessere, nel frattempo vi scorge bellezza e orrore. 

Un dodicenne con tanto di fucile non va a casa della nonna a raccontarle visioni di quel tipo. Ancora l'autunno scorso, e più indietro nel tempo, in tutte le stagioni fredde che ho vissuto ci sono state nel ghiaccio immagino di ali d'uccello, di ramoscelli, di muschio e si stelle. Adesso sapevo che il fenomeno ha un nome: frattali. I loro disegni si ripetono all'infinito.

Questo romanzo ci porta in questa vita ghiacciata abbarbicata sul rapporto tra uomo e natura senza costrizioni, facendoci vivere il malessere di Ulf che ad un certo punto comprende di volersi trovare dall'altra parte del lago della caccia di selezione. Comprendiamo i silenzi con Inga, respiriamo ciò che respira, diamo occhiate ai suoi libri. Diversi sono i riferimenti utilizzati dalla scrittrice, da Il libro della giungla, a Memorie di un cacciatore di Turgenev allo stesso Jack London, fino ai riferimenti a biologi e scrittori come Brehm. Ulf diventa un lupo che comincia ad allontanarsi dal branco, ma ai cacciatori senza rimorsi questo non tange. Motivo per cui, il romanzo sarà impregnato da una strisciata di giallo. Nel momento in cui pensiamo alla caccia ci possono balenare in testa scene cruente che qui non ho trovato, eccetto una scena che mi ha toccata particolarmente. Giungiamo alla fine del libro con una consapevolezza e diverse domande, fra cui quella a cui forse ancora non abbiamo dato risposte nette: 'La smetteremo mai di usurpare madre natura?'

Iperborea non sbaglia un colpo. Ringrazio la casa editrice per la copia del romanzo.

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