Oggi vorrei scrivervi e parlarvi di una di quelle magie che il Bookstagram crea nonostante il sottobosco di robe che ancora fatico a concepire. Quasi un anno fa mi arrivava questo libro da parte di Angela da Senise. Angela è lucana e La Basilicata è diventata un asso portante della mia vita per tantissime cose. Una terra che mormora bellezza e profondità ad ogni passo. È una terra con una 'cazzimma' particolare, un polmone verde fatto di borghi che ti lasciano quelle sensazioni che resteranno un po' ad vitam...La cazzimma è la stessa del personaggio principale che anima queste pagine. Un ispettore, ma soprattutto un essere umano che si muove tra la costante indecisione tra la libertà del proprio volere e quella che si crede di avere nel momento in cui lasciamo decidere tutto agli altri. Una strega, forse, come la sua autrice. Non vi scriverò di sinossi, frasi preconfezionate e altro perché questo libro va vissuto. Ho posto ad Angela delle domande e le sue risposte rendono a pieno l'anima del romanzo.
1.La tua protagonista Andreina è un personaggio molto tosto, risoluto. Ha la cazzimma vera. L'avevi già immaginata così o ci sono stati ulteriori cambiamenti in corso d'opera?
Andreina non è nata “tosta”, almeno non nel senso più immediato del termine. È diventata così nello scorrere delle pagine. All’inizio avevo un’intuizione più fragile per lei, quasi sospesa. Poi, scrivendo, ho capito che non poteva essere una protagonista neutra: doveva portarsi addosso il peso delle cose che ha visto, delle relazioni che l’hanno ferita e della terra da cui proviene. La sua “cazzimma” non è aggressività, è sopravvivenza lucida. È il modo in cui resta in piedi. È una donna con un vissuto intenso che si porta dentro e parecchie ferite, contraddizioni, oltre il peso delle cose non dette, anche a livello sentimentale, che verranno fuori nel secondo romanzo. Alla fine della prima indagine farà pace con una parte importante del suo passato. Ma tutto questo bagaglio la rende una persona complessa complicata e spero reale. La sua forza non è un tratto caratteriale, è una conseguenza. È il risultato di ciò che ha attraversato. Più che dura, direi che Andreina è irriducibile: non si piega, ma nemmeno si protegge davvero. Resta esposta, e forse è proprio questo suo tratto che la rende viva e credibile. 2. Questa storia non è un semplice giallo. C'è la tua Lucania, ci sono tradizioni dure a morire, e c'è la vita vera con tematiche fortissime quali storie di violenze e famiglie disfunzionali. Quando hai pensato che doveva diventare un romanzo?
2. Nella mia mente non è mai stato davvero solo un giallo. L’indagine mi è servita come una porta d’ingresso, ma quello che mi interessava era tutto ciò che ci sta intorno: le dinamiche familiari, le crepe, il non detto, la violenza che si tramanda anche senza parole. L’indagine è stata il filo conduttore, ma era altro quello che volevo raccontare: relazioni incrinate, silenzi ereditati, una violenza che non sempre è riconducibile o riconosciuta. È la forma peggiore di violenza. Quella che ti scivola sottopelle, che assorbi che subisci in silenzio che ti incrina le costole oltre i lividi che nascondi. Si cementa e ti sotterra con lei. È diventato romanzo nel momento in cui ho smesso di cercare una soluzione e ho iniziato ad ascoltare davvero i personaggi. Quando ho capito che la verità che mi interessava svelare non era “chi è stato”, ma cosa resta dopo. È diventato romanzo nel momento in cui ho capito che la storia non chiedeva una soluzione, ma una presa di coscienza.
3. Nel tuo romanzo c'è un concatenamento di termini puramente dialettali e linguaggio più forbito. Questa scelta stilistica è stata voluta dall'inizio?
Sì, è una scelta profondamente voluta. Possiamo dire che è una scelta identitaria. Il dialetto, per me, non è mai stato un elemento decorativo: è carne viva, è memoria, è qualcosa che ti abita anche quando cerchi di prenderne le distanze. La lingua più strutturata, invece, è il luogo del pensiero, del tentativo di mettere ordine. Andreina si muove tra questi due registri perché è divisa, e allo stesso tempo intera proprio in quella divisione. La lingua del romanzo rispecchia il mondo di Andreina: stratificato, contraddittorio. Il dialetto non è colore locale, è parte della memoria, è tornare a ciò a cui si appartiene, e che ti resta addosso anche quando provi ad andartene. Andreina vive in bilico tra il volersi strappare di dosso ciò a cui è radicata e il bisogno di identità.
4. “Anima anfibia”: cosa intendi? Un’anima anfibia è un’anima che non appartiene mai del tutto a un solo luogo. Andreina sta tra due mondi: quello da cui viene e quello che prova a costruire. Non è mai completamente dentro né completamente fuori. È una condizione scomoda, ma anche potentissima, perché ti costringe a vedere tutto con più lucidità. Ed è un verso di una poesia che fa parte di Saturnia la prima raccolta di poesie che ho pubblicato e che mi identifica come divisa in due proprio come lo è Andreina. Mi sono sempre sentita un’anima anfibia: metà sulla terra, ancorata nei doveri negli obblighi nella quotidianità che mi chiede conto di essere lucida e operativa e produttiva e poi c’è l’Altrove il mondo dei libri delle storie che ho assorbito, un altrove in cui mi sento pienamente viva libera e me stessa.
5. Hai voluto omaggiare il grandissimo Cesare Pavese. La protagonista è nata il suo stesso giorno. E anche grazie a lui se oggi sei una scrittrice? Quali sono le sue opere che ti hanno influenzata maggiormente?
Pavese è stato, prima ancora che un’influenza, un incontro per me. Dagli anni del liceo in poi è diventato il mio amico di carta. Non è solo un riferimento letterario, è un modo di stare dentro le storie. Mi ha insegnato che il paesaggio non è mai solo sfondo, ma parte integrante di ciò che siamo. Sento mia quella tensione costante tra radici e fuga. Più che un’opera in particolare, è il suo modo di raccontare il legame tra interiorità e territorio ad avermi segnata. Quella tensione tra il voler restare e il dovere andare via è qualcosa che sento affine. Ma se dovessi indicare l’opera di Pavese che ho consumato e che mi ha consumata direi “Il mestiere di vivere” e la raccolta di poesie Lavorare stanca e Verrà la morte e avrà i tuoi occhi. C’è una poesia che leggo dal 1986 e che accompagna il mio compleanno si intitola Agonia ma non farsi ingannare dal titolo. Sono versi struggenti, un inno alla vita al desiderio di colorare e riempire i nostri giorni di colori di pura bellezza.
6. Destino e redenzione. Lotta tra Bene e Male, mescolanze di carte e Destino. Cosa pensi del destino e della redenzione? Queste pagine sono permeate da questi concetti. Hai riposto nelle stesse il tuo pensiero a riguardo o si tratta di pura fiction? Non credo a un destino rigido, già scritto. Credo però che esistano delle linee invisibili, delle traiettorie, delle forze che ci attraversano, e che in qualche modo ci riportano sempre a fare i conti con ciò che siamo. La redenzione, invece, è qualcosa di più fragile. È una scelta. Non sempre possibile, non sempre completa. Nel romanzo non c’è una risposta definitiva: c’è il tentativo di capire se davvero si può cambiare direzione, o se alcune cose continuano a inseguirti.
7. Quanto tempo hai impiegato nella stesura del romanzo? La stesura ha richiesto diversi mesi, ma in realtà penso di essermi portata dietro per anni personaggi dialoghi e ambientazione come qualcosa che chiedeva tempo prima di poter essere detto. Quando ho iniziato davvero a scriverlo, in un certo senso era già lì. A questa prima indagine ho dato il respiro ansiogeno di Andreina: tutto corre scorre veloce al ritmo dei suoi passi del suo essere in fuga. Senza fare spoiler si chiude con una pacificazione con una desiderata quiete ritrovata e nel prossimo racconto si avvertirà proprio questo cambio di prospettiva.
8. Pensi che davvero si possa riparare un'anima rotta? Non faccio spoiler ma vorrei parlare di questo aspetto. Non completamente. Non credo che si possa “riparare” un’anima incrinata, nel senso di poter ritornare come si era prima delle ferite. Credo però che si possa riconoscere quella frattura, smettere di negarla. Sono stata affascinata per anni dalla tecnica giapponese del Kintsugi che non nasconde le crepe, ma le evidenzia, celebrando la storia dell'oggetto e la bellezza dell'imperfezione, riempiendo di oro le fratture e ricreando qualcosa di unico nella sua diversità. E forse, proprio da lì, dal costruire qualcosa di diverso che ci si può rialzare. Non una guarigione perfetta, ma una forma nuova di stare al mondo. Io stessa sono una persona che ha imparato a convivere con il non voluto, a dare al male una forma nuova. Nel romanzo non c’è una guarigione “pulita”: c’è piuttosto un processo, a volte doloroso, di riconoscimento del male e del tentativo di affrontarlo di fronteggiarlo per superarlo. Per non esserne schiacciati, distrutti.
9. Questa forse è un po' banale ma ti chiedo perché dovrebbero leggere il tuo romanzo? E cosa consigli a chi vorrebbe tentare una pubblicazione nel mare magnum dell'editoria odierna? Non penso che un libro debba convincere tutti. E non sono molto brava a promuovermi. Un libro è una storia che cammina, cercando l’anima giusta in cui fermarsi. Sono convinta che i libri ci trovino. Mi è sempre successo di “incontrare” libri di cui avevo bisogno in quel momento. Sarei felice se Andreina arrivasse tra le mani di lettori curiosi di scoprire una Basilicata che è l’esatto opposto di quella bellissima e solare che Rocco Papaleo ci ha raccontato nel film Basilicata Coast to Coast. Per trovare tra queste pagine una terra più cruda più buia, Core to Core, fatta di misteri di oscurità di una magia primitiva. È la Lucania dove vivo io. Che mi compone. Mi auguro però che chi lo leggerà trovi una storia che non si limiti a intrattenere ma che lasci qualcosa addosso anche dopo aver chiuso l’ultima pagina. Anche qualcosa di scomodo, se necessario. Non è casuale avere inserito alla fine del racconto la poesia Scomparse. L’ho fatto perché io sono anche questo, una persona che guarda la vita attraverso la lente della poesia. A chi vuole pubblicare darei solo un consiglio: prima ancora di cercare un editore, bisogna trovare una voce. Tutto il resto, se deve accadere, arriva dopo.

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